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1º maggio: dalla rivoluzione industriale alle sfide del lavoro oggi

La celebrazione della Festa del lavoro (o dei lavoratori) il 1º maggio ha le sue origini, lo ricordiamo, nel pieno della seconda rivoluzione industriale, in un mondo in forte evoluzione, caratterizzato da una grande crescita economica e una profonda trasformazione dell’intero sistema sociale. Cambiano radicalmente i sistemi produttivi, nascono le città industriali e con esse la cosiddetta classe operaia, essenziale per il progresso ma che, con grande fatica, dovrà iniziare una lunga battaglia per potersi conquistare una propria dignità e un proprio peso sociale e politico. Ed è nelle frequenti manifestazioni per i diritti degli operai delle fabbriche, che i lavoratori americani di Chicago, in Illinois, si vedono approvata la prima legge delle otto ore lavorative giornaliere, entrata di fatto in vigore il 1º maggio 1867, data che sarà poi adottata per convenzione in molti altri Stati internazionali.


In due secoli il mondo del lavoro e il concetto stesso di lavoro hanno subito cambiamenti drastici e profondi. Oggi i lavoratori e i loro rappresentanti portano avanti nuove battaglie e, tra queste, quella per la sicurezza è sempre un grande classico durante il 1º maggio, di cui si parla perlopiù in riferimento ad infortuni e morti bianche. In questo giorno, invece, si dice sempre poco riguardo alla sicurezza in senso più ampio e di alcune tematiche, particolarmente “rumorose” durante l’anno, pare quasi dimenticarsi. Tra queste, la violenza nei luoghi di lavoro (workplace violence) è senz’altro uno degli aspetti oggi più critici. Tuttavia, solo Noemi, cantante e presentatrice del “concertone” del primo maggio, ha speso qualche parola in merito, riferendosi alla violenza di genere, alle differenze di salario e trattamento tra lavoratori e lavoratrici, citando anche il problema della genitorialità, che vede 1 donna su 5 lasciare il proprio lavoro dopo aver fatto un figlio. A queste forme di disuguaglianza e ingiustizia sociale, di mancanza di riconoscimento e supporto, non dobbiamo dimenticare che si aggiungono molte altre manifestazioni ed espressioni di violenza e molestie che rendono la workplace violence un fenomeno estremamente complesso che colpisce lavoratrici e gruppi più vulnerabili in maniera sproporzionata. In più, alle potenziali violenze “interne”, ovvero quelle che si verificano tra persone appartenenti all’organizzazione, si aggiungono quelle “esterne”, o da terze parti, ovvero agite da clienti, pazienti, appaltatori, fornitori, ecc. 


La workplace violence non è solo un problema individuale, ma rappresenta una minaccia per il benessere organizzativo nel suo complesso. Essa costituisce infatti uno dei principali fattori di rischio psicosociale: un clima lavorativo ostile e violento può generare stress (che a sua volta contribuisce ad un aumento dell’aggressività e della violenza), demotivazione, assenteismo, turnover e una diminuzione della produttività. Inoltre, può danneggiare la reputazione dell'azienda e ostacolarne la crescita. Serve un impegno concreto e condiviso da parte di tutte le parti in causa, ma soprattutto serve quella visione allargata della sicurezza di cui sopra, che includa, ad esempio, la violenza e le molestie nella gestione stessa della salute e sicurezza sul lavoro, attraverso processi di valutazione del rischio specifici (si veda ad es. la Convenzione ILO n. 190 del 2019) e indagini di percezione ad hoc.


Vogliamo un futuro in cui ascoltare notizie di tragici incidenti sul lavoro sia solo un’eccezione; vogliamo un mondo lavorativo equo e “giusto” in cui tutti possano avere le stesse opportunità salariali e di crescita. Queste sono battaglie importanti del nostro tempo post-industriale. 

Nel frattempo, non dimentichiamo anche ciò che è più difficile da vedere, tutte quelle dinamiche dannose che serpeggiano silenziose nei sottoboschi organizzativi e che hanno impatti e conseguenze talvolta inimmaginabili. Ricordiamoci (e ricordiamo quanto sia un dovere delle organizzazioni) di tutelare la salute e il benessere dei lavoratori, dove ciò significa non solo alzare gli stipendi e imporre DPI, ma mettere in atto sistematicamente piccole azioni concrete e lungimiranti che plasmino i tessuti culturali profondi, verso un concetto di lavoro in cui la sicurezza e la salute siano integrati per garantire a tutti di lavorare con dignità e rispetto.


Dopo quasi due secoli, la Festa del Lavoro è dunque un'occasione per ricordare che la lotta per il rispetto dei diritti dei lavoratori non è ancora finita, e noi – come Scuola Internazionale Etica & Sicurezza – siamo al fianco delle aziende per supportarle e guidarle nell’offrire quelle risposte complesse che la società di oggi necessità per continuare ad evolversi. 

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