Lo scenario internazionale: una realtà di “disordine“ mondiale. Il ruolo e gli interessi dell’Italia

March 10, 2016

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Viviamo in un mondo in costante cambiamento dove, negli ultimi vent’anni, sono aumentate vertiginosamente le aree d’instabilità e di crisi. Dalla metà degli anni novanta si parla sempre più di “disordine” mondiale nelle relazioni internazionali piuttosto che di “ordine”. Questo perché per tutta la seconda metà del ‘900, il confronto bipolare fra gli Usa e l’Urss aveva ingessato in una scatola rigida ma normalizzata da regole e consuetudini ben precise ogni azione di politica internazionale. Dal crollo sovietico questo equilibrio si rompe portando, da un lato, molte aree del pianeta a non essere più da una potenza internazionale, dall’altro alla comparsa di nuovi attori istituzionali e non interessati a colmare questo vuoto di potere.


Quando si rompe un equilibrio è sempre necessario un periodo più o meno lungo per raggiungerne uno nuovo. Oggi, facendo un’analisi geopolitica necessariamente generale possiamo notare come il mondo sia divisibile in due grandi parti.  La prima, corrispondente all’Europa Occidentale e del nord, la Russia, parte della Cina, Giappone, l’Australia, India, Sud Africa, Nord America e fascia meridionale dell’America del Sud (Brasile, Argentina, Cile). La seconda che comprende il resto del mondo.


La prima parte è composta da paesi stabili dal punto di vista statale, dove insistono regimi democratici o saldamente avviati verso la democrazia, pacifici cioè che da diversi anni non hanno vissuto all’interno dei propri confini guerre o conflitti internazionali, dagli elevati standard economici e sociali.  Questo insieme di condizioni favorevoli accomuna un limitato numero di nazioni e una percentuale minoritaria di popolazione mondiale. La seconda parte è denominata Caoslandia ossia terra del caos. Un insieme ampio ed eterogeneo di nazioni  dove condizioni di basso sviluppo sociale, indigenza e povertà, limitate libertà personali e rispetto dei diritti umani, arretratezza economica, tensioni etniche, razziali o religiose, veri e propri conflitti inter-nazionali o intra-nazionali, impediscono una convivenza pacifica per i popoli che vi abitano e limitano il loro cammino verso il progresso.

 

In quest’area insistono stati deboli e fragili, spesso incapaci di garantire la sicurezza interna o, addirittura, capaci di esercitare la sovranità solo su una parte del proprio territorio nazionale. Essi vivono in una costante situazione di precarietà, con il rischio sempre presente di un peggioramento delle condizioni fino ad arrivare al rischio di fallire, di cessare di esistere in quanto stati unitari. È questo il caso dei cosiddetti Stati Falliti (es: Siria, Libia, Somalia, Yemen ). In essi non esiste più un potere centrale e intere aree dello stato cadono in una profonda e pericolosa condizione di anarchia e che diventano spesso teatro di sanguinose guerre civili per il loro controllo e terreno fertile per la proliferazione delle organizzazioni criminali e dei loro traffici illeciti.

 

Diversi di questi paesi sono compresi in due fasce geopolitiche a noi molto vicine: la prima è quella Balcanico - Russa che comprende i territori della ex Yugoslavia dove la situazione di crisi è solo congelata ma non si sono per nulla risolte le tensioni che avevano scatenato negli anni scorsi violente guerre, fino all’Ucraina, guerra tuttora in corso seppur sorprendentemente scomparsa dai palinsesti dei media internazionali.
La seconda è quella Nord africano – Levantina teatro delle sanguinose guerre civili siriane e irachene, del caos libico e dell’intervento militare saudita in Yemen (anch’esso scontro poco seguito dai media ma che costa, oltre che decine di morti ogni settimana, anche da 4 a 20 milioni di dollari al giorno alle finanze della monarchia saudita).
Entrambe le fasce sono a noi europei molto vicine e gli effetti negativi (massicci flussi migratori, minaccia terroristica, restrizioni economiche come le sanzioni imposte alla Russia per l’annessione della Crimea) si stanno già ripercuotendo sulle nostre società ed economie. In particolare per l’Italia sono prioritarie due azioni: la salvaguardia della stabilità egiziana e il contenimento/risoluzione del caos libico. Entrambi i paesi, dei quali l’Egitto con i suoi 98 milioni di abitanti è il più popoloso del mondo arabo, sono davvero a un soffio dalle nostre coste oltre che essere nostri partner economici ed energetici strategici.

 

Bene fa la nostra diplomazia a insistere affinché i due dossier continuino ad essere motivo d’interesse internazionale. Speriamo che questo interesse si manifesti presto in azioni dai risultati concreti.

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