Situational Awareness e Counter Terror: un intelligence “ad azionariato diffuso” ed un metodo per tutti

October 20, 2015

 

Quella di “intelligence ad azionariato diffuso”, lungi dall’essere definizione di nostro conio nella scelta terminologica, è invece sorprendentemente la descrizione di uno dei quattro caratteri dell’attuale concezione dell’attività di intelligence rese dallo stesso Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica nell’ultima relazione al Parlamento.
Di più. La concezione di intelligence “ad azionariato diffuso”, secondo la lettura e l’interpretazione del coordinamento di comparto stesso, non si limita all’attività di intelligence ma si spinge addirittura sino al modo in cui viene attualmente percepita la composizione del dispositivo di intelligence: un dispositivo che parte certamente dagli apparati espressamente deputati ai servizi di intelligence, ma che arriva dritta fino al coinvolgimento del cittadino.


La Relazione per l’anno 2015, riflettendo considerazioni se non illuminate quanto meno ormai necessitate dalle caratteristiche delle minacce che ci stanno interessando, arriva inequivocabilmente a definire l’intelligence “ad azionariato diffuso” come il prodotto di uno sforzo partecipato che trasformi in attori della sicurezza i potenziali obiettivi di azioni ostili”.

Il concetto ci sta particolarmente a cuore, dato che da tempo immemore ci prodighiamo nel diffondere una cultura “partecipata” della security, tanto da poter testimoniare – condividendo quotidianamente queste riflessioni nelle aule di formazione - quanto il mondo del privato si stia sensibilizzando e preparando per fare la sua parte.
Quanto ci stia a cuore la sensibilizzazione ed il coinvolgimento del privato è testimoniato dal fatto che, addirittura, da anni promuoviamo l’incremento dello sforzo e delle capacità di osservazione in ogni singolo privato cittadino con il quale ci sia dato di rapportarci, che si occupi professionalmente di sicurezza o meno, di fatto cercando di ripristinare e rafforzare quelli che in criminologia vengono chiamati gli strumenti di controllo sociale ed in particolar modo quelli informali (famiglia, vicinato, quartiere, ecc.). E’ evidente, infatti, come la capillarità di distribuzione dei cittadini sul territorio sia l’unico strumento in grado di fare da contraltare al carattere pulviscolare delle azioni terroristiche su suolo europeo dell’ultima ondata e generazione.
L’investitura ufficiale del cittadino, da parte dello Stato, a ruolo di attore compartecipe della difesa nazionale ed il riconoscimento delle sue potenzialità informative capillarmente distribuite sul territorio è però passaggio epocale, in un ordinamento giuridico e soprattutto in una concezione statuale in cui la protezione del Paese è sempre stata riserva esclusiva delle Istituzioni.

 

Livelli di sicurezza e strumenti di protezione
 


È così che il cittadino, con la sua capacità di controllo ed osservazione, è stato addirittura elevato da importante strumento di controllo sociale a vero e proprio “guardiano”; controllore efficace – riprendendo testualmente le parole impiegate consapevolmente nella Relazione – dunque compartecipe della funzione di controllore/guardiano la cui assenza o inefficacia costituisce uno dei tre elementi facicilitatori la commissione di un crimine secondo il noto “triangolo della criminalità”, o delle opportunità criminali, dall’originaria formulazione del 1979 (Cohen e Felson, Routine Activity Theory) in poi.

 


Ma come si può migliorare la nostra capacità di osservazione?


Da anni ho preso a fondare ogni intervento o lezione in ambito di sicurezza, in aula come durante le esercitazioni operative, su quella che ritengo essere ormai una competenza irrinunciabile per chiunque, che si occupi professionalmente di sicurezza o meno: la consapevolezza situazionale.
 

 

Per quanto mi sforzi, infatti, non riesco a trovare attività umana che non benefici di un preciso metodo per incrementare la capacità di:

  • percepire elementi dall’ambiente circostante;

  • valutarli e dunque attribuire loro un significato, rappresentarsene una lettura;

  • utilizzarli ai fini predittivi, quindi fondando sulla valutazione di questi elementi la nostra capacità di prevedere cosa accadrà (Dr. Mika Endsley, 1995).

Il primo ed imprescindibile tra i non-technical skills (cioè quelle abilità e competenze dell’individuo, in quanto essere umano, definite come “competenze cognitive, sociali e personali, complementari alle competenze tecniche, che contribuiscono all’attivazione di performance sicure ed efficaci”) si presenta così come antecedente logico e cronologico di ogni processo decisionale e dunque, conseguentemente, di ogni azione da compiere.
Si tratta, in prima battuta, di massimizzare la nostra capacità di percepire elementi dall’ambiente circostante.


In secondo luogo di valutare in modo appropriato ciò che si è rilevato ed infine di ipotizzare cosa verosimilmente muterà nello scenario analizzato, naturalmente in funzione di quanto si è rilevato.
Se si considera quindi che tutti quanti noi esseri umani percepiamo ciò che accade intorno a noi attraverso i cinque sensi, allora ci sembrerà naturale considerare come la lettura dello scenario e l’analisi dei dati raccolti sia attività che coinvolge le stesse competenze ed i medesimi processi sia che ci si trovi davanti ad un pc ad analizzare filmati o ad incrociare dati su database, sia che ci si trovi a svolgere professionalmente attività di sorveglianza o pattugliamento, sia che si voglia evitare di essere borseggiati in autobus, sia che debba attraversare un incrocio con la bicicletta… sempre di performances umane si tratta.
Situational awareness è quindi uno skill per tutti.

Da un lato, chi si occupa professionalmente di sicurezza potrà trovare un fondamento teorico all’impiego intuitivo e spontaneo, certamente già abituale in quanto naturale, di capacità comunque innate nell’uomo (ed anzi connesse proprio all’istinto di sopravvivenza), così come potrà trovare una metodologia di gestione delle sue funzioni che gli consentirà di ottenere una performance più sicura ed efficace, che contribuisca a non trascurare nulla e ad interpretare quanto accade nella maniera più sensata e centrata possibile, così orientando al meglio le proprie decisioni ed azioni.
Allo stesso modo però, ognuno di noi, pur non occupandosi professionalmente di sicurezza, incrementando la propria situational awareness potrà da un lato migliorare la sua capacità di auto protezione, dall’altro contribuire efficacemente al più ampio sistema di vigilanza e protezione della società in cui vive.

In questo senso l’opera comunicativa delle Istituzioni è in equivoca: rilevate ogni ipotetica anomalia e riferitela con fiducia.
È chiaro che la compartecipazione privata nell’opera in questione si limiti alla prima fase del metodo situational awareness, quella della rilevazione di elementi dall’ambiente circostante, posto che la loro valutazione ed analisi non potrà che essere riserva di professionisti.
I protagonisti delle recenti azioni su suolo europeo sono però la massima espressione di quel micro terrorismo diffuso, oggi definito anche molecolare, incarnato sempre più spesso dai cosiddetti homegrown terrorists,  nati qui, cresciuti con noi, che hanno studiato con noi, vivono nel nostro stesso condominio, spesso si vestono come noi, fanno la spesa al nostro stesso supermarket e magari sono nostri colleghi di lavoro.
Per questo l’ormai inevitabile ma comunque gradito invito delle Istituzioni a farsi “occhi della collettività” viene sempre più spesso rivolto – e qui volentieri ricordato – in ogni ambito: dall’azienda fino al condominio ed alla famiglia. Non sono mancati in Europa le prime segnalazioni di foreign fighters da parte dei genitori…

L’ultima frontiera della sicurezza, dunque ed al fianco del crescente apporto tecnologico, è rappresentata proprio dal coltivare la capacità di percezione e valutazione degli scenari e dal crescente coinvolgimento di tutti nella salvaguardia di ciò che è collettivo.

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