Active shooters e homegrown terrorist: le modalità d’azione

August 10, 2016

 

Analizzando le metodologie adottate dai rappresentanti del jihadismo che hanno operato in Europa nell’ultimo periodo, più di una volta è capitato di accomunarle a quelle delle tipiche azioni dei cosiddetti “active shooter” (di seguito anche AS), fenomeno noto da tempo oltre oceano.

 

Con il termine di active shooter si è soliti indicare genericamente chi compie attentati (omicidi plurimi) con l’uso delle armi da fuoco, in luoghi pubblici ed in modo generalmente indiscriminato.

La triste denominazione risale all’omicidio di 31 studenti dell’Università del Texas nel 1966, per poi diventare tristemente noto con la strage della Columbine School del 20 Aprile 1999 (12 studenti, un professore ed i due AS deceduti).

In criminologia era già noto il fenomeno dei cosiddetti spree killer, la cui azione è connotata da un’escalation, spesso rapidissima, di uccisioni casuali, fino a culminare la maggior parte delle volte con il suicidio dello stesso killer.

L’active shooter presenta in gran parte le caratteristiche degli spree killer, sebbene la definizione di AS ponga enfasi sullo strumento utilizzato (armi da fuoco) e non sul solo modus operandi.

La definizione active shooter, testualmente, coinvolge quindi genericamente un omicidio plurimo in corso, compiuto da uno o più soggetti attraverso l’impiego di armi da fuoco, eseguito in luoghi generalmente familiari all’offender, quali scuole, luoghi di lavoro e così via, e che spesso rappresentano, nella mente, dell’attentatore, il luogo dal quale provengono i propri disagi.

Nella seconda parte di questo contributo, affronteremo l’analisi criminologica della cause che possono determinare la genesi di questa tipologia di crimini, così come nella terza parte si affronteranno le possibilità di prevenzione di tale tipologia di eventi.

In questa prima parte se ne analizzeranno le metodologie operative.

Nel caso di active shooter, si tratta “semplicemente” di

  • Reperire una o più armi

  • Recarsi in un luogo generalmente ad alta frequentazione

  • Farne uso.

 

Homegrown terrorist. La definizione di Homegrown terrorist indica genericamente gli autori di attentati terroristici sul territorio nel quale sono nati e cresciuti (homegrown).

Ciò che sta accadendo in Europa in questo periodo (ad eccezione, a memoria, del solo attentato all’aeroporto di Istanbul) è ascrivibile per lo più alla loro azione, nell’ambito del terrorismo di matrice jihadista.

 

Cosa sta accomunando dunque il modus operandi degli AS e degli homegrown terrorist?

Mentre l’impiego di esplosivi è da sempre marchio di fabbrica di un attentato terroristico, su suolo europeo gli homegrown terrorist sembra abbiano progressivamente spostato l’ago della bilancia verso l’impiego delle armi da fuoco, di fatto atteggiandosi ad active shooter con movente jihadista.

Perché?

Da un lato per necessità, perché soprattutto gli autori di attacchi rivolti a siti aperti al pubblico e privi di presidi di sicurezza e controllo accessi (pensiamo ad ogni bar, ristorante, centro commerciale, manifestazione ecc) sembrano essere persone mai entrate a far parte concretamente di una rete consolidata e dunque lontani dall’aver maturato esperienze belliche così come dall’aver facile accesso all’approvvigionamento di materiali.

E come la cronaca riporta, la produzione di home made explosives non è attività così immune da rischi:

  • Nella fase di acquisizione dei prodotti di base. Ne sono testimoni i numerosi arresti eseguiti in passato dopo aver risalito la filiera di approvvigionamento di grandi quantità di sostanze comuni, quali fertilizzanti, perossido di idrogeno, solventi e così via (singolare, tra gli altri, l’aver tracciato in Svezia l’acquisto di una pentola a pressione da parte dell’acquirente anche di numerosi componenti potenzialmente esplosivi);

  • Nella fase di assemblaggio e produzione. Come documentano gli incidenti riportati dalle cronache, la stabilità del prodotto in lavorazione, o anche finito, non è sempre risultato garantito;

  • Nella fase di impiego, dal trasporto, all’innesco dell’ordigno. Quanto al trasporto, singolare il fatto che negli attentati di Parigi del novembre 2015 il commando di attentatori abbia dovuto rinunciare al trasporto di parte dell’equipaggiamento poiché il taxi chiamato non consentiva il carico di così numerosi ed ingombranti bagagli. Quanto all’impiego, in numerosissimi attentati dell’ultima ondata, gli attentatori hanno dovuto rinunciare all’utilizzo di materiali quali sfere metalliche, viti, chiodi, bulloni, vetri rotti e chi più ne ha più ne metta, che sono da sempre stati impiegati allo scopo di essere proiettati alla velocità compresa tra i 3.000 e i 9.000 metri al secondo tipica degli esplosivi ad alto potenziale.

In effetti, le parti metalliche sono ingombranti, pesanti da trasportare e soprattutto rilevate da ogni banale metal detector. Gli attentatori hanno così progressivamente riposto la maggior parte delle speranze di distruzione sul solo effetto di detonazione dell’esplosivo (spostamento d’aria), magari potenziato dalla proiezione ad alta velocità, anzichè di parti metalliche, di pezzi di vetri o ossa umane frantumati e proiettati ad alta velocità dall’esplosione stessa. In altre parole, frammenti rinvenuti, o meglio, generati ad hoc in loco…

Così stando le cose, è chiaro che un’esplosione davvero devastante può essere garantita solo dall’impiego di una grande quantità di esplosivo (con gli inconvenienti di cui si è detto sopra) o facendo esplodere l’ordigno a distanza davvero ravvicinata ad un numero di persone quanto più alto possibile. In questo senso, il fatto che nella recentissima esplosione di Ansbach, in Germania, sia morto il solo attentatore conferma quanto appena affermato.

 

Alternative idonee a garantire il più alto numero di vittime possibile cercando di ovviare agli inconvenienti citati?

Le armi da fuoco.

Soprattutto se in grado di esprimere fuoco automatico, presentano numerosissimi vantaggi:

  • Sono facilmente reperibili, senza necessità di essere fisicamente in contatto con esponenti di una rete terroristica strutturata né di improvvisarsi piccoli chimici mescolando prodotti acquistati al supermercato (come sembra essere accaduto in Monaco la scorsa settimana, anche se pare in ambito diverso);

  • Sono facili da utilizzare, essendo sufficiente dirigerle nella direzione desiderata ed essere in grado di trazionare qualche chilogrammo di resistenza di un grilletto;

  • Hanno l’effetto devastante di garantire una potenziale vittima o quanto meno un potenziale ferito grave ad ogni colpo esploso, anche ad una grande distanza, durante la prosecuzione di corsa del proiettile fino che la stessa viene arrestata da un bersaglio, mirato o casuale che sia.

 

Dunque, se parliamo di individui che selezionano un obiettivo in modo piuttosto casuale (sul punto torneremo in futuro), che eleggano quale obiettivo un assembramento di persone e che aprano il fuoco indiscriminatamente sulla folla senza criteri di particolare discriminazione delle vittime, ci si può imbattere oggi, su due piedi e prima dell’arrivo di notizie da fonti investigative che chiariscano il movente di un attacco, nell’impossibilità di ascrivere il gesto ad un terrorista di matrice jihadista o, invece, ad un active shooter.

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