La guerra al terrorismo “non esiste”

October 25, 2016

 

 

Non si combatte uno strumento ma, semmai, chi lo usa

Sono alcune settimane che, per fortuna, l’Europa non è  interessata da eventi terroristici di rilievo ma, nonostante questo, l’attenzione è, e deve rimanere ai massimi livelli. Il contesto internazionale continua ad essere interessato da violente crisi le cui risoluzioni appaiono ancora molto lontane, per diversi fattori, ma in primo luogo per la difficoltà delle principali nazioni coinvolte a trovare strategie comuni di azione. Questo alimenta e incoraggia chi, attraverso lo strumento terroristico, spera di raggiungere obiettivi strategici e politici altrimenti non realizzabili.

Perché? Perché il terrorismo non è un  ideologia o una strategia ma una tecnica di combattimento; uno strumento operativo da utilizzare per destabilizzare un sistema e, nelle menti di chi lo usa, rimodellarlo conforme ai propri scopi. È davvero fuorviante, a questo proposito quindi, parlare di “guerra al terrore” o “guerra al terrorismo”. Non si combatte uno strumento ma, semmai, chi lo usa.

 

È sbagliato illudere di poter vincere un nemico che non esiste: un’arma la si può rendere inoffensiva, senza colpi da sparare; non si può, invece, cancellarne l’esistenza. Il terrorismo è sempre stato presente nella nostra storia, utilizzato in tentativi eversivi o rivoluzionari di cambiamento. Non per nulla il termine deriva dalla parola “Terrore”, un preciso lasso di tempo ( 1793-94)che durante la Rivoluzione Francese ha visto vittime molti oppositori politici o sospetti tali, al nuovo regime che si andava instaurando. Poi, nel corso della storia è andato riproponendosi a più riprese rimanendo, con alti e bassi, una costante nelle società contemporanee. Ciò vale, in particolare, per i regimi democratici accidentali dove le regole democratiche permettono ad una maggioranza di decidere e alle minoranze, seppur tutelate, di doversi conformare a tali decisioni.

 

Risulta evidente che il tema non è e non potrà mai essere la neutralizzazione della minaccia terroristica. Essa rimarrà sempre fosse anche solo l’azione isolata di un folle. Il centro della questione è quello di rendere sempre meno vantaggioso l’utilizzo di questo strumento per chi lo usa. Come? Agendo in modo sempre più deciso verso le organizzazioni criminali che si avvalgono di metodi terroristici ma, soprattutto, agendo sul contesto sociale di appoggi, connivenze e relazioni che spesso hanno alla base motivazioni per nulla ideologiche ma al contrario ragioni molto pratiche come il Medio Oriente insegna. Oggi, la minaccia jihadista ci sembra la più grave ed impellente. Lo è senza dubbio; non dimenticandoci però, che non è la prima ne l’unica e non sarà di certo l’ultima.

 

 

Luca Puleo

Ricercatore e docente senior

Scuola di Etica e Sicurezza

Milano – L’Aquila

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