Sicurezza alimentare: gli scenari per non farsi cogliere impreparati

Come abbiamo riportato negli scorsi articoli, la nuova complessità globale mette alla prova la capacità di comprendere cosa e come si evolvono gli scenari intorno a noi. Il mestiere di un Professionista della Security sta anche e soprattutto nell’intercettare quei segnali deboli in grado di ledere la continuità operativa e le persone dell’organizzazione per cui svolge servizio.

Lo scenario relativo alla crisi alimentare e alle possibili carestie che potranno esserci portano con sé più fattori da saper leggere e analizzare, e, in funzione dei quali, formulare quale sia il loro impatto e di conseguenza portare ad una valutazione delle possibili vulnerabilità presenti.

Proprio dalla capacità di analizzare si deve evincere come il tema della sicurezza alimentare non sia dato tanto da una concreta carenza di raccolti e cibo, quanto piuttosto dal combinato disposto tra lo smantellamento delle tradizionali catene del valore connesse su scala globale e il picco dei prezzi. Quest’ultima era una variabile già in particolare ascesa prima dell’inizio del conflitto in Ucraina, ora più che mai, unendo ad essi fattori speculativi, il rischio di una deriva in tal senso può portare a rivolte sociali e tensioni sopite sotto la cenere e rischia di essere sempre più una valutazione da cogliere con estrema importanza.

L’indice mondiale dei prezzi della FAO ha toccato, nella rilevazione mensile di febbraio, un nuovo massimo storico. Record che è stato poi sbriciolato a marzo, quando il Food Price Index e il Cereal Price Index, suo sottoinsieme più rilevante, hanno toccato livelli massimi che nel mese di aprile si sono assestati vicino al picco. Del resto i prezzi del grano sul mercato mondiale sono saliti del 79% nell’ultimo anno e il 24 febbraio ha inaugurato un trend di crescita che in pochi giorni ha condotto il prezzo al bushel da 706 a 1253 dollari, frantumando i record raggiunti ai tempi della crisi del 2008. Questo sta già destabilizzando Paesi come Libano, Tunisia, Siria che possono essere considerati i primi grandi perdenti della crisi alimentare; mentre il grano ucraino cerca faticosamente di trovare la via dell’estero e quello russo ha un futuro incerto; del resto l’Egitto dipende per il 92% dalle forniture di grano dall’estero e in particolare per il 70% da Ucraina e Russia. Inoltre, paesi come l’India alzano le barriere all’export per tutelare il proprio mercato interno, quindi non è da escludere che altri Stati possano essere presto travolti da queste dinamiche, con importanti ripercussioni sulla tenuta sociale.

Come se non bastasse, anche il cambiamento climatico rischia di far precipitare milioni di persone nell'insicurezza alimentare. A causa del riscaldamento globale, eventi meteorologici estremi come la siccità sono diventati più frequenti e intensi. L’Africa è in assoluto il continente più vulnerabile: in Somalia, Etiopia e Kenya il numero di persone che soffrono la fame è passato da 10 a 23 milioni in un anno e l’appello delle Nazioni Unite per una risposta umanitaria oggi è finanziato solo al 2%. Come riportato da ISPI, secondo un nuovo rapporto di Oxfam e Save the Children, la siccità e la desertificazione unite al costo dell’inazione portano a 12 milioni di ettari persi ogni anno, con il 50% della popolazione mondiale ad essere colpita, con un complessivo di 2,3 miliardi di persone esposte e provocando in Africa orientale una vittima ogni 48 secondi.

In ultimo, un altro fattore da considerare come danno collaterale del momento è legato al rapporto “paradossale” tra le politiche di sicurezza alimentare e le politiche legate alla transizione ecologica. Solo per fare un esempio, sempre da ISPI, la sensibile riduzione nell’utilizzo di input chimici (agrofarmaci, fertilizzanti e antimicrobici), secondo le stime di impatto realizzate da diversi e autorevoli istituti internazionali (JRC, Università di Vageningen ma anche lo stesso Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, USDA), mostrano come vi sia il rischio di portare la produzione agroalimentare europea a cali compresi tra il 10 e il 20% rispetto al livello attuale, con un contestuale aumento dei prezzi di produzione (+17%), riduzione dell’export (-20%) e, quel che è peggio, un incremento nelle importazioni di derrate agricole (+39% quelle di cereali) da paesi che, a differenza di quelli europei, non hanno in animo analoghi percorsi virtuosi di sostenibilità ambientale.

Concludendo, come riportato dalla FAO, il rischio di una crisi alimentare risulta imminente e minaccia la stabilità di dozzine di paesi, sottolineando come le condizioni risultano essere molto peggiori rispetto alla primavera araba del 2011 e alla crisi del 2007-2008.

Per chi si occupa di sicurezza integrata è fondamentale comprendere che la crisi alimentare si propone come nuovo e ulteriore shock globale degli ultimi due anni. E nei prossimi mesi farà sentire i suoi effetti. Se pensiamo solamente a chi si dovrà occupare di sicurezza nei viaggi, sarà fondamentale analizzare tutte quelle aree a maggior rischio di tensioni sociali che spesso possono scaturire in rivolte o addirittura evolversi in movimenti di natura terroristica, di cui argomento nei mass media se ne è perso le tracce, ma che sono sempre ben presenti e pronti ad aspettare il momento di maggiore vulnerabilità per ritornare ad agire. Paesi come l’Italia, già in trincea per problematiche legate a economia ed energia, sono avvertiti: vanno previste tutte le sue conseguenze, dai termini commerciali al potenziale impatto sociale e migratorio, e le aziende con i suoi professionisti si devono far trovare preparate e proattive rispetto alle minacce che ne possono scaturire.


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