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Travel risk Management: fra nuovi rischi e nuove realtà

I cosiddetti business travelers, ovvero i viaggiatori d’affari, fremono per tornare a viaggiare. Chi era solito viaggiare per lavoro, superati i momenti più bui della pandemia di Covid-19, afferma di voler ripartire, a prescindere dal paese di destinazione, dalla dimensione della compagnia o dall’età.

È quanto emerge dal Global Business Traveler Report 2021, commissionato da Sap Concur ed effettuato fra aprile e maggio 2021.

Il sondaggio, condotto su 3.850 viaggiatori in 25 mercati globali, vede il 96% dei rispondenti volenteroso di viaggiare nei successivi 12 mesi, mentre l’80% degli intervistati è preoccupato che l’impossibilità di viaggiare possa danneggiarli personalmente e professionalmente.


Occorre però sottolineare che, dopo due anni di pandemia, il mondo in cui ripartono le trasferte di lavoro è essenzialmente diverso da quello pre-pandemico, come si evince dal sondaggio ISPI realizzato da IPSOS fra novembre e dicembre del 2021, riguardante la percezione degli italiani.

Se nel 2015 la minaccia principale, identificata dal 38% degli italiani, era il terrorismo islamico, dopo il 2017 il cambiamento climatico è emerso prepotentemente. Nel 2021 invece la più grave minaccia a livello globale rimane, per il secondo anno di seguito, la pandemia (24%) affiancata dalla crisi climatica (24%) e dalla crisi economica (19%).

E, se qualche mese fa l’avvenimento che più preoccupava gli italiani era l’aumento degli sbarchi sulle coste europee, l’invasione russa dell’Ucraina ha sicuramente ribaltato lo scenario geopolitico.


La mobilità delle persone era diventata una costante nella vita quotidiana. In due anni però il mondo è totalmente cambiato. Questo ha conseguenze sia a livello psicologico che a livello organizzativo, in quanto occorre riconoscere che gli scenari contemporanei comportano rischi concreti per i viaggiatori. Questi rischi possono essere geopolitici (basti pensare a qualcuno che, negli scorsi giorni, si è trovato in trasferta in Ucraina o in Russia); naturali (alluvioni, incendi e uragani sono ormai eventi all’ordine del giorno); informatici (come la cyber-war parallela che sta combattendo la Russia); criminali e di instabilità politica (essere aggrediti o rapinati; venire coinvolti in una manifestazione violenta, come quelle che hanno spopolato in Europa contro il Green Pass negli ultimi tempi); accidentali (gli incidenti stradali sono estremamente frequenti) e, ovviamente, rischi sanitari e pandemici (venire bloccati nel paese di destinazione perché il tampone è risultato positivo o ammalarsi di altri virus, come l’Ebola o la Febbre Dengue).


Da questa rapida panoramica si evince che la gestione dei viaggi aziendali è sempre più complessa, e il datore di lavoro – in base al Duty of Care e al D.Lgs. 81/08 – ha l’obbligo di valutare tutti i rischi a cui il lavoratore può andare incontro nello svolgimento delle proprie attività, anche all’esterno della sede di appartenenza.

Recentemente, un fondamentale passo in avanti è stato sancito dalla pubblicazione, avvenuta nel settembre 2021, del nuovo standard UNI ISO 31030, che si occupa precisamente di fornire delle linee guida uniformi a livello internazionale per la gestione delle trasferte dei lavoratori all’estero. Lo standard va a colmare un vuoto normativo internazionale e setta dei canoni per ogni tipo di organizzazione che volesse implementare un corretto e funzionale processo di travel risk management.


Dalla pandemia, e dall’inizio della ripresa, emerge una fondamentale lezione imparata: il mondo è cambiato. Affiora quindi, forse come mai prima d’ora, la necessità di adottare un approccio onnicomprensivo nei confronti di sicurezza, rischi ed emergenze, che guardi al benessere e al prendersi cura della persona, al fine di “trovarsi pronti” a intraprendere nuovi percorsi e scorgere, anche nei momenti più difficili, nuove opportunità.

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