Quando la sicurezza viene dopo.
- Paola Guerra

- 7 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
Responsabilità, cultura del limite e protezione delle persone
Iniziare un nuovo anno significa scegliere da dove guardare la realtà. Non da ciò che vorremmo che fosse, ma da ciò che è. Perché la sicurezza, come la responsabilità, non nasce dall’ottimismo, ma dalla consapevolezza.
L’anno si apre con una tragedia che lascia un senso profondo di angoscia e tristezza: l’incendio di Crans-Montana. Un evento che impone rispetto, silenzio e riflessione. Prima di ogni analisi e di ogni opinione viene il pensiero per le persone coinvolte e per le loro famiglie. Questa vicenda non racconta solo una festa finita male. Racconta qualcosa di più profondo: una società che ha progressivamente smesso di leggere la realtà, sostituendola con la sua rappresentazione. Un deficit cognitivo e culturale che non riguarda i singoli, ma il contesto. Una cultura che ha perso il senso del limite, che confonde l’esperienza con la messa in scena, l’adrenalina con il controllo, l’eccezione con la normalità.
È la sindrome di onnipotenza che ritorna ogni volta che si sottovalutano i pericoli, si ignorano i segnali deboli e si rimanda ciò che sarebbe necessario fare, convincendosi che “qui non succederà”. Eppure non è la prima volta.
Panico, sottovalutazione del rischio e dinamiche di folla incontrollate sono fattori ricorrenti nelle tragedie che avvengono in contesti di aggregazione. In emergenza le persone non agiscono come individui razionali, ma come un corpo unico: si accumulano, spingono, accelerano nei punti di strozzatura. Pensare che, in quelle condizioni, “ci si comporti correttamente” è una pericolosa illusione. La sicurezza non può basarsi sulla speranza, ma su progettazione, ridondanza e preparazione reale. Eppure viene ancora trattata come un dettaglio, un costo, un adempimento formale. Come se il rischio fosse astratto e non una possibilità concreta. La sicurezza è un obbligo di legge, ma prima ancora è un bisogno umano fondamentale ed è, per chi gestisce luoghi, persone ed eventi, un dovere etico.
C’è poi un aspetto che rende questa tragedia ancora più dolorosa: i giovani. I giovani vanno educati, ma prima ancora protetti. La percezione del pericolo negli adolescenti non funziona come negli adulti. In situazioni di shock è frequente una risposta di freezing: restare fermi, osservare, non reagire subito. Non è superficialità né irresponsabilità, ma una risposta neurobiologica.
Per questo è sbagliato trasformare una tragedia in un processo mediatico. Il minuto di silenzio osservato nelle scuole è un gesto giusto. Perché il silenzio, a volte, è la forma più alta di educazione. Educare non significa puntare il dito dopo. Significa dedicare spazio, tempo e attenzione alla sicurezza, al rischio, alle emergenze, alla realtà così com’è.
Se questo editoriale apre l’anno, il senso è uno solo: riportare la sicurezza al suo posto naturale.Al centro.Come responsabilità, come cultura, come cura.
Il mio pensiero va alle famiglie.
Con rispetto.
Senza retorica.
Paola Guerra




Commenti