Resilienza organizzativa: governare l’emergenza, garantire continuità, crescere dopo l’evento
- Paola Guerra

- 7 giorni fa
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Nella vita delle organizzazioni, incidenti ed emergenze non sono un’eccezione. Sono una possibilità concreta, legata alla complessità dei sistemi in cui operiamo. La differenza tra organizzazioni fragili e organizzazioni mature non sta nel se accadrà un evento avverso, ma nel come verrà riconosciuto, gestito e trasformato in apprendimento.
Negli ultimi anni il termine resilienza è entrato con forza nel linguaggio manageriale, spesso ridotto a una qualità individuale o a una generica capacità di “tenere”. In realtà, la resilienza organizzativa è una competenza sistemica che riguarda governance, processi decisionali, preparazione tecnica, fattore umano e cultura.
Essere resilienti non significa resistere a tutto. Significa anticipare, assorbire, rispondere e recuperare, proteggendo le persone e garantendo la continuità delle funzioni essenziali.
Il quadro normativo italiano ed europeo è chiaro: la gestione di incidenti ed emergenze è una responsabilità giuridica diretta per chi governa le organizzazioni. Il D.Lgs. 81/2008 colloca la gestione dell’emergenza al centro del sistema di prevenzione e protezione, richiedendo che la valutazione dei rischi includa anche gli scenari emergenziali e si traduca in pianificazione, formazione, addestramento ed esercitazioni. Non basta avere un piano: serve una capacità reale e verificabile di risposta.
Le direttive europee NIS2 e CER rafforzano questo approccio, attribuendo agli organi di vertice la responsabilità della sicurezza e della resilienza. Prevenzione, gestione degli incidenti, continuità dei servizi essenziali e capacità di recupero diventano requisiti di governance, non scelte discrezionali.
Gli standard internazionali offrono una cornice coerente: la ISO 22301 per la continuità operativa, la ISO 22361 per la gestione della crisi e la ISO 31000 per l’integrazione del rischio nelle decisioni strategiche. Emergenza, crisi e continuità non sono ambiti separati, ma parti di un unico ciclo di resilienza.
A questo si aggiunge un elemento decisivo: il fattore umano. In condizioni di stress emergono panico, freezing, dinamiche di folla e riduzione della capacità decisionale. Pensare che le persone “si comporteranno correttamente” è una pericolosa illusione. La preparazione deve essere concreta, esperienziale e testata.
Le High Reliability Organizations dimostrano che è possibile operare in contesti ad alto rischio mantenendo elevati livelli di sicurezza, grazie a una cultura che intercetta i segnali deboli, non banalizza gli errori e mette la sicurezza al centro delle decisioni.
C’è infine un aspetto spesso trascurato: il dopo. La vera prova della resilienza organizzativa si gioca nel post-evento, attraverso analisi approfondite, debriefing strutturati e revisione dei processi. Senza questo lavoro, l’organizzazione resta esposta agli stessi errori.
La resilienza autentica non è solo capacità di resistere, ma capacità di crescere dopo l’impatto. Perché gli eventi avversi continueranno ad accadere. La differenza la farà ciò che avremo imparato dopo l’ultima volta.




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