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A difendersi si impara

Il 2023 è iniziato con il protrarsi della guerra alle porte dell’Europa. Ogni guerra ci ricorda che non è solo il numero di persone schierate da un lato o dall’altro che conta, ma un ruolo fondamentale è giocato dalla qualità del loro addestramento. Durante il periodo di riposo i soldati vengono preparati ad affrontare tutti i vari scenari che possono accadere nel corso della battaglia.


Paradossalmente ai compiti più comuni ma più difficili della vita non ci prepara nessuno: troppi pochi sono i corsi per come crescere i figli in modo che si sentano amati, per costruire relazioni sane, per insegnarci ad ascoltare noi stessi o per aiutarci a riconoscere ed eliminare la violenza.


Una donna si trova faccia a faccia con la violenza o con la minaccia di essa quasi ogni giorno e la maggior parte non sa come difendersi. Basti pensare che il 12,8% delle donne che hanno subito violenza non sapeva dell’esistenza dei centri antiviolenza o dei servizi o sportelli di supporto per le vittime.


Non solo le donne non sanno come difendersi ma spesso non sono neanche in grado di riconoscere quando vengono attaccate. Infatti, molte di loro non considerano la violenza subita un reato: solo il 35,4% di coloro che hanno subìto violenza fisica o sessuale dal partner ritiene di essere stata vittima di un reato, il 44% sostiene che si è trattato di qualcosa di sbagliato ma non di un reato, mentre il 19,4% considera la violenza solo qualcosa che è accaduto. Similmente sono giudicate un reato il 33,3% delle violenze commesse da altri uomini, qualcosa di sbagliato il 47,9% e solo qualcosa che è accaduto il 17,3%.


Anche in ambito lavorativo la situazione non è migliore. Secondo l' Istat (2018)[1], sono un milione e 404 mila le donne che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie sul posto di lavoro o sono state sottoposte a qualche tipo di ricatto sessuale per ottenere un lavoro, per mantenerlo o per ottenere progressioni nella loro carriera. Quando una donna subisce una molestia o ricatto sessuale al lavoro, nell’80,9% dei casi non ne parla con nessuno sul posto di lavoro. Solo lo 0.7% lo ha denunciato alle Forze dell’Ordine.


Eppure, la recente sentenza del Tribunale civile di Como che condanna un imprenditore per molestie a sfondo sessuale contro una sua dipendente dimostra che la denuncia funziona. Una sentenza che presenta almeno un paio di aspetti inediti: una condanna per molestie esclusivamente verbali (praticamente senza alcun contatto o approccio fisico), tanto da configurare una sorta di mobbing sessuale; e poi l’entità del risarcimento, quantificato in 105 mila euro[2]. Una decisione, quella del tribunale di Como, che non solo evidenzia l’entità del danno che tali molestie possono causare, ma ci ricorda anche il dovere legale e morale dei datori di lavoro di tutelare la salute psicofisica e la personalità morale dei loro dipendenti, donne comprese.


È dunque di assoluta priorità in tal senso far crescere la consapevolezza femminile rispetto a quanto subito, aiutare a far comprendere che la violenza a volte è qualcosa che assume aspetti subdoli e non facilmente riconoscibili ma che comunque rimane qualcosa di inaccettabile. Perché come tutte le cose della vita anche a difendersi si impara.




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