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Ascoltare è fare spazio

19 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Ci sono persone che ricordiamo per quello che ci hanno detto. E ce ne sono altre che ricordiamo per una ragione diversa: per come ci hanno fatto sentire mentre parlavamo. Non ci hanno interrotto, non hanno preparato la risposta mentre ancora stavamo finendo la frase, non hanno cercato subito una soluzione. Sono rimaste lì. A volte, essere ascoltati è questo: sentire che, per qualche minuto, il mondo può fare un passo indietro e lasciare spazio a noi.


Il 21 ottobre è la Giornata Mondiale dell’Ascolto. Una ricorrenza che invita a riflettere su qualcosa che sembra semplice e invece, nel rumore continuo in cui viviamo, è diventato quasi difficile: ascoltare davvero. Siamo circondati dalle parole, dalle notifiche, dalle opinioni, dalla necessità di rispondere subito. Ascoltiamo per replicare, per convincere, per difenderci. Molto più raramente per comprendere. Eppure, ascoltare significa anche accorgersi di quello che non viene detto: una voce che cambia, una risposta diventata più breve, qualcuno che continua a dire «tutto bene» mentre tutto bene, forse, non va. Il silenzio, a volte, è una frase che non abbiamo ancora imparato a tradurre.


Vale nelle relazioni personali, in famiglia, tra amici, nelle comunità. E vale anche nei luoghi di lavoro, dove sentirsi ascoltati può cambiare la qualità delle relazioni e il modo in cui le persone vivono la propria esperienza professionale. È dall’ascolto che nasce un ambiente di lavoro psicologicamente sicuro: un luogo in cui si può segnalare un errore, esprimere un dubbio o chiedere aiuto senza timore delle conseguenze. Ed è dall’ascolto che passa la possibilità di sciogliere tensioni e conflitti, perché molti nascono proprio da qualcosa che non è stato detto o che non è stato sentito. Ma ascoltare non significa necessariamente essere d’accordo. Significa concedere all’altro il diritto di essere ascoltato prima di decidere cosa pensiamo di ciò che ha detto. È questa la parte più difficile: ascoltare non ci chiede soltanto orecchie migliori. Ci chiede di fare spazio. E fare spazio, oggi, è quasi un atto controcorrente.


Non sempre possiamo risolvere. Non sempre abbiamo la risposta giusta, la parola giusta, la soluzione che l’altro sta cercando. Ma possiamo esserci. Possiamo fermarci. Possiamo dire: «Ti sto ascoltando».


Perché ci sono momenti in cui una persona non ha bisogno che qualcuno le indichi la strada. Ha bisogno di sapere che, mentre la cerca, non è sola. L’ascolto è questo: non prendere la parola all’altro, ma restituirgli uno spazio in cui possa ritrovare la propria.

A casa, a scuola, in una relazione, in una comunità, al lavoro. Ovunque ci siano persone, c’è qualcosa da ascoltare. E forse dovremmo imparare a farlo prima che sia il silenzio a chiederci, troppo tardi, perché non abbiamo sentito.

 
 
 

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